14 settembre 2020

Una testa, un display. La nuova percezione dell’immateriale

  • Di Fausto Matteo Cereti

Una testa, un display. Ogni individuo, una diversa utopia. “Nella Cina odierna”, dice il famoso scrittore di fantascienza Chen Quifan nell’Introduzione del libro ArtifiCina, “è impossibile immaginare che un individuo possa sopravvivere in una città senza smartphone.” Questa frase è rivelatrice di un sentimento diffuso più che di una condizione. Nella Repubblica Popolare Cinese, infatti, lo smartphone definisce la qualità della vita di ogni individuo ma siamo sicuri che questa massima sia applicabile unicamente in una società di stampo autoritario e fortemente vocata alla sorveglianza della popolazione come quella cinese?

Lo stile di vita quotidiano dell’umanità in seguito all’esponenziale progresso tecnologico è decisamente mutato, e non è il valore dello smartphone in quanto tale – né tantomeno l’ormai indissolubile binomio brand-status sociale – bensì la sua funzione basilare a renderlo un bene di prima necessità: è la chiave per accedere al mondo, difficilmente identificabile, dell’immateriale.

L’utilizzo del termine immateriale è di fondamentale importanza in quanto l’uso, spesso inappropriato, del (non) sinonimo virtuale può facilmente confondere e indurre all’errore. È qui utile riprendere la semplice quanto brillante spiegazione dell’imprenditore e esperto di comunicazione e informatica Stefano Quintarelli che, nel suo libro Capitalismo Immateriale, evidenzia come “materiale e immateriale non sono sinonimi di reale e virtuale: il reale può essere materiale o immateriale; per questo non è corretto usare il termine virtuale per riferirsi alla realtà immateriale.”

L’immateriale ha il dono dell’ubiquità all’interno di tutti gli ambiti fondamentali della vita di una persona ed è diventato la normalità tanto da non stupire neanche il più impreparato immigrato digitale.

La semplificazione che ha subito la vita di gran parte della popolazione in seguito allo sviluppo continuo della realtà immateriale impone alcune domande in quanto, come ricorda sempre Quintarelli in Capitalismo Immateriale“ ogni sistema informatico che semplifica la vita all’utente trasferisce complessità al sistema.”

Troppe volte il progresso tecnologico che caratterizza la nostra epoca è vissuto con sufficienza e con inconsapevolezza ed è necessario che tutto ciò muti, perché solo un approccio critico e volto all’individuazione del problema può portare ad un progresso controllato e equo.

Spesso è difficile comprendere i fenomeni legati allo sviluppo dell’immateriale data la normalità che ha assunto il possesso di uno smartphone o di un personal computer all’interno della vita quotidiana e, altrettanto spesso è complicato discernere la verità tra profezie di orwelliana memoria e banalizzazioni dell’importanza del progresso tecnologico in corso.

Un ulteriore punto da considerare è come lo sviluppo delle nuove tecnologie digitali non si fondi su una evoluzione lineare bensì su una evoluzione di tipo esponenziale rendendo di fatto istantanea la necessità di risposte da parte del legislatore, ricordando l’importante massima di Adam Smith che, nelle Lezioni di Glasgow, vedeva nel governo del diritto “l’obbiettivo più alto della prudenza e della saggezza umana.”

L’evidente semplificazione della vita quotidiana, in seguito alla commercializzazione di massa di smartphone, tablet e personal computer, e la difficile percezione sensoriale del mondo immateriale riduce ulteriormente la capacità di analisi critica che dovrebbe caratterizzare l’approccio verso le nuove tecnologie. In un mondo in cui una delle frasi più gettonate è “i dati sono il petrolio del XXI secolo” si è sviluppato un nuovo colonialismo per cui il possesso di ciò che dovrebbe essere più intrinsecamente personale, la propria identità, è diventato una utopia.

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